Domande e Risposte


Durante il convengo evento del 19 febbraio 2009 gli studenti e i partecipanti hanno posto alcune domande alle scrittrici e agli scrittori.

Man mano che le scrittrici e gli scrittori risponderanno qui troverete le risposte. Avete anche domande da fare? Mandatele: le pubblicheremo. Altre scrittrici o altri scrittori hanno riposte da dare? Mandatele: le pubblicheremo.
 

D. - Quali sono state le difficoltà di espressione in una lingua non propria?

D. - Scrivendo in un’altra lingua  si ha la sensazione di perdere la propria identità o comunque di sentirsi più immerso nella nuova cultura e  più lontano dalla propria?

D. - È noto che ogni lingua presenta una propria sensibilità, una propria capacità espressiva, delle proprie modalità per trasmettere un messaggio, un’emozione. Voi che avete avuto esperienze letterarie in diversi ambiti linguistici, quali differenze avete trovato da questo punto di vista tra la lingua italiana e la vostra madre lingua?

D. - Abbiamo riscontrato un uso frequente di storie che non si sviluppano in ordine cronologico, ma attraverso salti temporali. Perché?

D. - Rivivere le storie raccontate nei vostri libri è solo un dolore o vi aiuta anche ad affrontarle ed accettarle?

D. - È stato facile pubblicare i vostri scritti?Le case editrici sono state disponibili? Avete avuto qualche aiuto?

D. - Che tipo di posizione avete trovato da parte della critica?

D. - I vostri libri sono stati pubblicati anche nei vostri paesi d’origine?

D. - La presenza di scrittori stranieri in lingua italiana è ai più del tutto ignota. Non solo. Quella che probabilmente è la maggioranza della popolazione non conosce alcunché della cultura e dell’arte romane, marocchine, albanesi, algerine. Che responsabilità ha il mondo dell’informazione nel ridurre quasi a zero l’identità culturale di centinaia di migliaia di immigrati, soprattutto con periodiche campagne di stampa?

D. - L’identità generazionale influisce sull’attività di scrittore al pari dell’identità culturale e storica?

D. - Siete solo scrittori o svolgete un altro mestiere?

D. - La scrittura vi ha aiutati ad inserirvi nella società?

D. - Che cosa pensate della scuola italiana e della letteratura che vi si insegna?

D. - Avete visitato il nostro sito? Che cosa ne pensate?

D. - Quali sono state le difficoltà di espressione in una lingua non propria?

Karim Metref Quando si parla o si scrive in una lingua di cui non si ha una perfetta padronanza è sempre difficile. Sopratutto se uno vuole sviluppare un discorso un po' più complesso della semplice comunicazione basilare di tutti i giorni.Ma nel caso della scrittura (ma anche nel semplice parlare) gli approcci sono diversi. Se uno considera la scrittura o la presa di parola in pubblico come un modo di esibire le sue conoscenze linguistiche e abilità di oratore, allora non essere in possesso della massima padronanza è un problema.Invece se uno considera il comunicare un modo di trasmettere informazioni, idee e punti di vista e di condividere sentimenti e vissuti... Allora uno scrive o parla senza farsi troppi problemi. Poi la lingua viene parlando, come l'appetito viene mangiando.  

Candelaria Romero La personale biografia mi porta ad essere una migrante fin da piccola; all’età di tre anni già percepivo che l’uomo spostandosi sarebbe stato in qualche modo educato a esprimersi in modalità diverse. Queste modalità di espressioni diverse,  vivendole fin da piccola, sono divenute poi normalità. Per me è normale che nel mondo, viaggiando, ci siano modalità diverse di espressioni, nella lingua, nella società, nella politica, negli affari e persino a volte nell’amore. Ma presto mi sono accorta che “tutto il mondo è paese” e che solo le modalità sono diverse mentre l’essenza dell’ umanità non cambia affatto. Così, il mio voler esprimermi scrivendo e facendo teatro è sempre rimasto intatto, in qualunque lingua io abbia dovuto farlo. La mia urgenza di comunicare tramite la poesia ed i teatro non è cambiata viaggiando.La difficoltà è stata solo all’inizio quando a livello grammaticale e di verbi le parole e la conoscenza della lingua non erano abbastanza per dire ciò che sentivo. Ma questo è solo una questione di studio e di tempo. La dedizione verso qualcosa ha che vedere con l’urgenza.Nel mio caso ho dovuto imparare quattro lingue diverse. Ed infine aggiungo che per esprimersi e poter dire la sua, in un posto altro dal tuo, lo puoi anche fare nella tua madre lingua, volendo, anche gli altri imparano da te.  

D. - Scrivendo in un’altra lingua  si ha la sensazione di perdere la propria identità o comunque di sentirsi più immerso nella nuova cultura e  più lontano dalla propria?

Karim Metref Io sono nato in un ambiente plurilingue. Verso l'età di quattro cinque anni sapevo già 3 lingue. La mia lingua madre, il Berbero, la lingua “fraterna” che i miei fratelli più grandi, cresciuti ad Algeri, parlavano tra di loro, l'arabo dialettale e, infine, la lingua “paterna”, quella dei media e dei libri che mio padre e mio nonno  mi hanno trasmesso insegnandomi a leggere in francese.Sarà per questo che, per me, la lingua rimane uno strumento.  E come strumento il suo uso non implica grandi coinvolgimenti affettivi. Certo che la lingua madre rimane poi alla fine e per sempre quella del cuore, quella che ti fa tremare quando la senti lontano dai tuoi, quella che porta l'inconfondibile odore di casa.Ma io sono sempre stato abituato a parlare a chi mi sta attorno nella lingua che meglio capisce. E stando in Italia mi è venuto normale scrivere in Italiano. M'interessava parlare con chi avevo acanto.Non si perde la propria identità parlando ad un altro. Anzi è soltanto confrontandoci con l'altro che capiamo meglio chi siamo. Chi ha paura dell'incontro con l'altro ha problemi co se stesso.Essere lontani da casa ci toglie in sicurezza e in affetti ma ci offre molto in crescita. Chi non sa cogliere l'occasione della crescita viaggia con il corpo ma tiene la sua anima rinchiusa. E le prigioni mentali sono un ergastolo senza nessuna riduzione di pena. 

Candelaria Romero  In primo luogo definiamo la parola identità.  Di cosa è fatta un identità? L’identità è qualcosa di compatto? Un tutt’uno con la nostra patria? Un tutt’uno con la nostra madre lingua? O l’identità è qualcosa di più permeabile? Qualcosa che è dentro di noi ma che prende (e dà di se stessa) ovunque si trovi? Forse l’identità è anche essa un insieme di riferimenti culturali, storici ed espressivi fatti anche essi di multi – culture. L’identità è evidentemente legata alla  cultura.  Ma allora dobbiamo chiederci; che cos’è una cultura? Anche quella è qualcosa di compatto oppure poroso, fatta di mille altre culture che a essa si sono avvicinate o è invece pura nella sua essenza?Credo che dobbiamo stare molto attenti quando usiamo le parole “altra” e “propria” (altra cultura, altra lingua, propria lingua, propria cultura) perché tutte e due includono in sé un po’ di ciascuna. Credo che non esista un’unica verità per rispondere a questi quesiti.  Credo che non esista un’unica identità che si possa definire ora e per sempre quella. Noi siamo tutto ciò che siamo stati ieri, ciò che diventeremo,e ciò che viviamo oggi. Siamo ciò che stiamo lasciando perché non vogliamo più esserlo  ma anche ciò che stiamo progettando di essere per il domani. Quando scrivo quindi in un'altra lingua, scrivo e basta. Non c’è nessun tipo di sensazione di perdita ne di smarrimento ne di lontananza. Nel mio specifico caso la madre lingua sarebbe quella spagnola, imposta dagli spagnoli secoli fa ma che ancora oggi include pensieri e verbi indigeni. Sono cresciuta in Bolivia, dove il quechua è forte, in Svezia, dove la cultura anglosassone impregna la lingua svedese ed infine sono da metà della mia vita in Italia. Come posso perdermi o sentirmi lontana avendo in me tutti questi universi? Anzi, scrivere, pensare, sognare, in più lingue mi rende ricca e forte.   Infine credo che una cultura, pur nuova, ci appartenga fin dal primo giorno, anche solo per il fatto che in questo momento la sto vivendo, e lei vive attraverso me. Non c’è bisogno di possederla, o che lei possieda me,  che mi integri. C’è solo bisogno di pazienza, e di non avere paura e di sapere che nulla va perso e che nessuno si perderà in questo miscuglio di lingue e idèe sempre diverse.Infine mi chiederei; che cos’è veramente mio, che cos’è veramente solo dell’altro? Dove inizia la mia identità e dove finisce quella dell’altro? Dove stanno i confini chiamati identità? Quanti sono i confini? Direi un po’ come Pirandello; uno, nessuno e centomila.  

D. - È noto che ogni lingua presenta una propria sensibilità, una propria capacità espressiva, delle proprie modalità per trasmettere un messaggio, un’emozione. Voi che avete avuto esperienze letterarie in diversi ambiti linguistici, quali differenze avete trovato da questo punto di vista tra la lingua italiana e la vostra madre lingua?

Karim Metref -   La mia madre lingua è una lingua è stata tenuta per millenni lontana dal potere e dalla produzione di pensiero e di scienza. È una lingua molto povera di vocaboli ma ricchissima di espressioni, modi di dire, metafore. E' una lingua che non ha avuto dietro istituzioni incaricate di regolare il suo sviluppo e quindi è cresciuta e si è trasformata come si trasformano tutte le lingue in tutta libertà, con l'uso popolare. Ha preso in prestito, ha trasformato, ha formato con le espressioni e le metafore i neologismi che le mancavano.Raccontare nella mia lingua madre è più un esercizio di memoria e di fantasia, per ritrovare e inventare immagini e metafore che parlano all'immaginario dei miei compaesani.In Italiano è diverso. E' una lingua precisa. Ha parole adatte, sfumature, preziosismi... La materia è tanta e quindi costruire discorsi è molto facile... ma non sempre mi vengono così belli e così ricchi d i sensi e di fantasia come mi vengono nella mia lingua madre.


Candelaria Romero - E’ questa la bellezza delle lingue; il loro profumare diverso, una dall’altra.  In ogni lingua c’è una certa musicalità, una ritmo speciale. Le differenze espressive tra una lingua e l’altra sono tante ma non si tratta di questo o solamente di questo, si tratta di scoprire la bellezza di un gioco. Ed il gioco è semplicemente questo; dentro di me ho un urgenza da comunicare, questa urgenza ha un suono, un ritmo. Questo mio ritmo lo posso trovare in ogni lingua. Si tratta semplicemente di trovare l’accordo giusto; ritrovare in ogni lingua quel ritmo che si accordi con il ritmo mio interiore, con la mia urgenza.  E’ come ballare in coppia, io seguo un po’ lui e lui un po’ me, ogni tanto mi lascio andare e ogni tanto prendo io il commando e quindi guido ogni passo. E’ come se io avessi dentro un canto che deve uscire e, qualsiasi lingua mi trovo davanti, cerco le note giuste per quel specifico canto che mi appartiene.  E’ un bel gioco. Ma tutto parte dal fatto che tu abbia qualcosa di urgente da dire.  

D. - Abbiamo riscontrato un uso frequente di storie che non si sviluppano in ordine cronologico, ma attraverso salti temporali. Perché?

Gabriella Kuruvilla - E’ una scelta di stile. Nel mio caso ho sempre giocato con le parole, e con il loro significato. Per abbihref="#" namento o contrasto, creando rimandi o spiazzamenti. Nell’ultimo libro, spesso viene ripetuta una stessa frase, per creare proprio questo effetto di “opposti-concordi”, usando come tessitura tutto il racconto. E trasformando la frase in un ritornello, come accade nella musica. Anche perché do molta importanza al ritmo, che spesso è veloce e sincopato, come nell’hip hop o nel reggae.

Karim Metref -  La scrittura a “scatti” è molto diffusa ormai. È molto usata perchè va di moda ma anche perchè apre più orizonti più possibilità rispetto alla scrittura lineare.Io non la uso. Non perchè non mi piace ma perché non mi viene. Non ho dimestichezza con questo modo di scrivere.Io ho avuto a fortuna di nascere prima dell'onnipresenza della TV equindi ho avuto l'opportunità di assaporare le lunghe serate d'inverno in famiglia a parlare. Ho imparando a raccontare bevendo i racconti dei miei nonni e dei miei genitori, parola per parola.Non ho studiato letteratura (tranne quel poco che si studia in liceo scientifico), no ho frequentato corsi di scrittura. Non so niente delle varie tecniche, degli stili... Scrivo come ho imparato a raccontare. Con un inizio, uno sviluppo e un finale (con colpo di scena se possibile). Tutto qua. 

Candelaria Romero - N on saprei se questo è una specifica degli scrittori migranti. Non credo. Forse è proprio un caso. La letteratura ne è piena di questi sbalzi temporali. Ma volendo restare sul tema “tempo” credo che per chi dentro di se porti una certa nostalgia; il tempo possa essere qualcosa di importante e forse anche frammentario.  Credo che forse la nostalgia ti porti a vivere due volte i fatti; una volta mentre lo vivi, ed una seconda volta mentre lo vivi e contemporaneamente lo vivi pensando a ciò che lasciasti, ciò che ricordi, ciò che fu o ciò che c’è là lontano mentre invece qui stai vivendo qualcos’altro di diverso. Si tratta di un tempo con sfere temporali incastrate una dentro l’altra come le bambole russe; una bambola con più vissuti temporali assieme. 

D. - Rivivere le storie raccontate nei vostri libri è solo un dolore o vi aiuta anche ad affrontarle ed accettarle?

Gabriella Kuruvilla - Non sempre le storie raccontate sono autobiografiche. Nell’ultimo libro tutto è invenzione, anche se mi ispiro a ciò che vedo e sento intorno a me, e di cui desidero parlare, proprio per approfondire. Karim Metref -  Ra ccontare è sempre un sollievo. Chi racconta vuol dire che lascia uscire parole che gli girano dentro la testa, dentro il cuore. Raccontarle vuol dire soltanto aprire la porta e farle uscire. Il dolore è nei contenuti (se c'è. Perché io, ad esempio, non racconto cose molto dolorose... al massimo qualche punta di tristezza) non nel fatto di raccontare  

Candelaria Romero - Non ho ben capito la domanda ma cercherò di rispondere lo stesso. Raccontare i propri vissuti scrivendoli e poi ri - raccontarle di fronte ad un pubblico ha sempre un doppio valore; quello di rivivere le emozioni, forti e non sempre piacevoli,  e quello di esorcizzarle.  E’ importante raccontare.  L’essere umano è un animale che racconta. Da quando ci svegliamo da quando torniamo a letto non facciamo altro che raccontare agli altri fatti, storie e vissuti. Solo così, a volte, le capiamo meglio; confrontandole con altri, ascoltando noi stessi, ricevendo stimoli dagli altri. Io credo molto a quell’aneddoto di quel vecchio paralitico al quale fu chiesto di raccontare una storia. Il vecchio paralitico si mise allora a raccontare la storia di un santo che mentre  pregava soleva ballare e saltare. Il vecchio, raccontando la storia, si coinvolse talmente tanto, che si mise a ballare ed a saltare anche lui e così fu guarito per sempre.  

D. - È stato facile pubblicare i vostri scritti?Le case editrici sono state disponibili? Avete avuto qualche aiuto?

Gabriella Kuruvilla - Non è mai facile pubblicare. Anche se in alcuni casi, come nel libro “Pecore nere” pubblicato da Laterza, è stato l’editore stesso a contattarmi. Come in quasi tutti i lavori le conoscenze (che nel mio caso sono state di amici scrittori) sono importanti, perché creano relazioni e contatti.

Karim Metref  -    Ci sono case editrici e case editrici. Io pubblico con una piccolissima casa editrice napoletana. Quando mi sono presentato con i miei manoscritti (2) sono stati entusiasti e mi hanno subito proposto un contratto.Invece con le case grandi, il discorso è più complesso e più difficile. Già arrivare a farsi leggere il proprio manoscritto è una bella sfida, perchè sono assediati da milioni di persone convinte di essere scrittori e che vogliono una chance. Ma pochi (non sempre i migliori) poi riescono ad avere una valutazione della propria produzione.Io a quel livello non ci ho ancora provato. Non mi sento ancora pronto. Poi non sono molto prolifico come autore. Ci metto molto tempo a produrre un volume. I due che avevo nel cassetto sono già nelle librerie. Chi sa quando potrò finire il prossim o.  Candelaria Romero - Non ho mai pubblicato presso una casa editrice. Forse ora farò un tentativo. Vi saprò dire.    

D. - Che tipo di posizione avete trovato da parte della critica?

Gabriella Kuruvilla - C’è un interesse sempre maggiore per la letteratura definita “migrante”, anche se gli stessi autori di questo tipo di letteratura spesso non si identificano con questa definizione. E spesso si ha la sensazione che venga considerata come un fenomeno, quasi più interessante a livello sociale che letterario.

Karim Metref -   Io personalmente non ho ancora ricevuto nessun riscontro. Ma in genere i libri pubblicati dagli immigrati soffrono di questa invisibilità per i critici. 

Candelaria Romero - Posizioni diverse ma mai troppo esaltanti. Solo chi sostiene questo tipo di letteratura da giudizi importanti e riflessioni serie .     
 

D. - I vostri libri sono stati pubblicati anche nei vostri paesi d’origine?

Gabriella Kuruvilla - Solo in Italia.

Karim Metref -   I miei, no.

Candelaria Romero - Nel mio caso sto ora iniziando a lavorare a livello teatrale sia in Spagna che in Svezia. I testi degli spettacoli che porto in giro sono scritte da me.   

D. - La presenza di scrittori stranieri in lingua italiana è ai più del tutto ignota. Non solo. Quella che probabilmente è la maggioranza della popolazione non conosce alcunché della cultura e dell’arte romane, marocchine, albanesi, algerine. Che responsabilità ha il mondo dell’informazione nel ridurre quasi a zero l’identità culturale di centinaia di migliaia di immigrati, soprattutto con periodiche campagne di stampa?

Gabriella Kuruvilla - I media tendono a mostrare il mondo dell’immigrazione come un monoblocco indifferenziato. Sembra che tutti gli immigrati siano uguali e definibili con poche parole, mentre si dimentica che siamo tutti diversi. Italiani e non. E che è questa la nostra ricchezza, perché solo dall’incontro tra diversità è possibile il cambiamento. Facciamo tutti parte di una sola razza, che è quella umana. E nessun umano è uguale all’altro. Ma qualsiasi umano può capire, o almeno cercare di capire, l’altro. L’ignoranza preclude la comprensione.

Karim Metref -   Il fenomeno degli autori immigrati ormai non è una novità. Alcuni hanno un loro lettorato, vendono tanti libri e ricevono premi e riconoscimenti.Ma la letteratura, l'arte, la ricerca scientifica... fanno raramente i titoloni dei giornali o delle Tv.Quando uno stereotipo è diffuso, i genere ad avere visibilità sono soltanto quelle cose che lo vengono a confermare.Il mondo dell'informazione ha responsabilità altissime nel creare un clima non favorevole alla conoscenza reciproca tra maggioranza e minoranze.Ma lo stare a lamentarsi sulla propria sorte non ha mai aiutato nessuna minoranza ad uscire dal ghetto. Bisogna continuare a lavorare, produrre, crescere, migliorare se stessi e l'ambiente che ci circonda... lottare. Non c'è altra via per uscire dal ghetto. 

Candelaria Romero - La stampa e l’informazione è legata profondamente alla politica.  Ciò che un paese vuole far passare alla gente, lo dice in TV. O lo nasconde e non lo dice. La TV e i mass media sono politica. La responsabilità è quindi grande. Ma io che la TV non la guardo e i giornali non le leggo, la mia idèa me la costruisco leggendo, scrivendo, recitando, viaggiando e tessendo relazioni forti con gli essere umani.

D. - L’identità generazionale influisce sull’attività di scrittore al pari dell’identità culturale e storica?

Gabriella Kuruvilla - Non è detto. Dipende dal tipo di “vedute” dello scrittore.

Karim Metref -   L'identità dell'individuo è molto complessa ed è in continuo sviluppo. Tutto c'entra nella sua formazione: genere, generazione, costituzione fisica, esperienze personali, storia personale e della propria famiglia, classe sociale, ambiente circostante, clima, periodo storico.... tutto. E tutto ciò condiziona il cosa e il come si scrive.

Candelaria Romero   - Argh! Domande difficili! Direi che TUTTO influisce. L’importante è  sapersi ascoltare, indipendentemente da dove sei, da quale storia provieni e quanti anni hai. Ascoltarsi. Sapere mantenere un dialogo interiore tra se e se per capirsi. Uno scrittore, giovane o vecchio questo lo deve fare, ascoltarsi. Ma anche una persona che non scrive lo deve fare. Solo ascoltandosi veramente arrivi a  sapere ciò che veramente vuoi fare nella vita. Un essere umano che sa cosa vuole fare (mestiere, passione, volontariato) e una persona motivata, più completa e quindi più felice. Ma bisogna allenarsi fin da piccoli ad ascoltarsi. Riflettere ed ascoltarsi; attività che non hanno età!   

D. - Siete solo scrittori o svolgete un altro mestiere?

Gabriella Kuruvilla - Sono laureata in architettura e giornalista professionista. Oltre che scrittrice e pittrice.


Karim Metref
-   Io sono educatore di mestiere. E continuerò a considerarmi un educatore che scrive qualche volta. Ma penso che in Italia sono pochi gli scrittori (in genere) che vivono della loro scrittura. Forse Umberto Eco e pochi altri. Il mercato è troppo esiguo e l'offerta è tanta.
Candelaria Romero - Il mio mestiere sarebbe quello del teatro. Sono diplomata in una scuola d’arte drammatica a Stoccolma. Scrivo i testi teatrali che poi recito. Porto in giro questi lavori collaborando con enti sociali come Amnesty International, Emergency e Survival.  I primi sette anni della mia vita in Italia i mestieri erano però diversi; tata, colf, modella d’arte, educatrice.  Solo dopo quei primi anni e dopo una lunga gavetta ho potuto finalmente dedicare tutta la mia energia a scrivere recitare  


D. - La scrittura vi ha aiutati ad inserirvi nella società?

Karim Metref -   Non  particolarmente


Candelaria Romero
- Credo di non essere mai stata fuori dalla società. Se per essere inseriti nella società s’intende vivere in un contesto sociale, lavorare, avere una casa, fare le spese, versare le tasse ecc. Se invece per inserimento sociale s’intende un tessuto sociale come rete di amici, conoscenze; si. L’arte per me è sempre stata un modo per conoscere persone nuove, fare amicizie e conoscere anche i luoghi dell’arte, dove si fa arte, dove si genera arte e dove si pensa all’arte. 

D. - Che cosa pensate della scuola italiana e della letteratura che vi si insegna?

Karim Metref -  La scuola italiana ha aspetti belli ed altri meno. La cosa che trovo bella è la libertà che ha l'insegnate nelle scelte di contenuti... Io arrivo da un paese dove il programma è unico, il libro di classe unico e il professore ha pochissime possibilità di introdurre contenuti, metodi, esperienze diverse da quelle previste.Per la letteratura insegnata non ho le informazioni né le competenze necessarie per parlarne

Candelaria Romero  - Credo che la scuola italiana stia in questo momento vivendo una profonda crisi. Purtroppo questa crisi pero non è solo legata al fatto che si vota un certo partito e arriva una certa ministra che stravolge e peggiora una situazione già di per se debole.  Credo che una crisi dell’istituzione scolastica abbia origini da molto più lontano.  Una crisi scolastica arriva anche perché nella società si perde l’obbiettivo dell’umano, di cos’è l’umano e cosa serva all’essere umano perché diventi un essere migliore e quindi migliori questo mondo.  Se un’intera società pensa solo ai soldi e fa passare questo messaggio ovunque e da per tutto; la scuola e la cultura, allora, non servono più a niente. Dunque, un certo omino può arrivare a dire che a scuola la cosa più importante è l’impresa, l’inglese e internet, e tutti lo ascoltano.  Tutti fanno come lui dice, perché si vuole essere come lui, avere tanti soldi. E quindi si parte a fare in tutte le scuole corsi di computer, inglese fin dal nido anziché fornire le scuole di orti, forni  per fare attività manipolative con la creta, faleghref="#" namerie ed altro.  A cosa serve la cultura se si vuole solo fare soldi?La letteratura a scuola invece credo che sia ancora un ambito poco ascoltato e poco valorizzato.  Ci vorrebbe non solo lo studio della letteratura ma anche ancor più stimoli ai ragazzi perché scrivano.  Scrivere fa bene, come mangiarsi una mela al giorno! Provare per credere!  

D. - Avete visitato il nostro sito? Che cosa ne pensate?

Karim Metref -   Il sito è bello. Semplice e sobrio. Piacevole. Ha bisogno forse soltanto di liberarsi dall'evento Convegno, adesso che è passato, e aprirsi a nuovi contenuti e idee. Un sito che vuole “vivere” nel labirinto del web deve essere aggiornato in continuazione.


Candelaria Romero - Si, il vs. sito è bello, una piccola isola felice. Complimenti! Luoghi virtuali di riflessione vanno benissimo! Ma io direi; creiamo anche più luoghi di incontri reali, come lo è stato il vs. convegno! Un forte abbraccio a tutte e tutti!

 


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